Città vs Provincia: La guerra silenziosa che ha cambiato il Rap Italiano per sempre
Quando ho iniziato a mettere le mani sui vinili, negli anni '90, la geografia contava.
Contava eccome.
Oggi, nell’era della fibra ottica e di TikTok, sembra preistoria.
Un ragazzo di Cuneo vede lo stesso video, ascolta lo stesso pezzo e compra le stesse sneakers di un ragazzo di Brooklyn nello stesso identico istante.
Ma c'è stato un tempo in cui essere "Hip Hop" in provincia e esserlo in una grande città come Torino, Milano, Roma o Bologna, erano due sport completamente diversi.
Due modi di vivere la stessa cultura, plasmati dall'ambiente circostante: la fame contro l'abbondanza, l'isolamento contro la mischia.
Ma facciamo un passo indietro.
Anni '90: La Provincia e la "Fotta" dell'Isolamento
Se eri un b-boy o un aspirante DJ in una piccola città di provincia nei primi anni '90, eri, fondamentalmente, un alieno.
Indossare pantaloni di due taglie più grandi ti garantiva occhiatacce in piazza e commenti sarcastici al bar.
Eri solo.
O forse eravate in tre in tutta la città. E quei tre diventavano la tua famiglia, la tua crew, il tuo tutto.
In provincia, l'Hip Hop non ti arrivava addosso; dovevi andartelo a cercare con il machete.
Ricordo i viaggi in treno "pellegrinaggi" verso la grande città più vicina solo per comprare un paio di dischi import, o per trovare quel negozio che vendeva gli spray "veri" e non quelli della ferramenta.
Ricordo l'attesa febbrile per l'uscita mensile di Aelle in edicola, l'unica Bibbia che ci connetteva al resto della scena italiana.
Questa scarsità creava una "fotta" (una fame) incredibile.
Ogni mixtape duplicata cento volte era sacra. Ogni rima scritta sul banco di scuola era una dichiarazione di esistenza.
La mancanza di stimoli esterni ti costringeva a scavare dentro, a sviluppare uno stile magari grezzo, magari ingenuo, ma autentico al 100%, perché non avevi nessuno da copiare nel raggio di 50 km.
L'Hip Hop di provincia nasceva dalla noia delle panchine e dai garage umidi. Era una via di fuga mentale prima che fisica.
La Metropoli: Il Tempio e l'Arena
Nelle grandi città, la musica era diversa. Lì c'erano i ritrovi storici come il "muretto" o il "regio", le Jam, i negozi specializzati, le radio che passavano il rap.
Se vivevi a Milano o Roma, avevi il privilegio dell'accesso. Potevi vedere dal vivo i tuoi idoli, potevi confrontarti ogni settimana con breaker e MCs più bravi di te.
La città era un'arena competitiva. Non bastava essere "quello bravo del paese"; dovevi sgomitare per farti notare in mezzo a centinaia di altri che volevano la stessa cosa.
Questo creava scuole, stili codificati, le grandi Posse. L'Hip Hop cittadino era più connesso, spesso più tecnico, più consapevole delle dinamiche "politiche" della scena. La città ti dava le opportunità, ma ti chiedeva in cambio di dimostrare di avere le spalle larghe. Noi "provinciali" guardavamo alla città con un misto di ammirazione e timore reverenziale: era lì che dovevi andare se volevi "svoltare".
L'Arte dell'Arrangiarsi: Quando la Jam te la dovevi costruire
E poi c'era l'aspetto organizzativo, che meriterebbe un capitolo a parte.
Perché se abitavi a Milano, magari il locale "giusto" c'era già. C'era il gestore che sapeva cos'era il rap, c'era l'impianto montato. Dovevi "solo" essere bravo a farti dare la serata.
Ma in provincia? In provincia l'Hip Hop era complicato per natura.
Organizzare una Jam significava trasformarsi in facchini, elettricisti e diplomatici.
Significava andare dalla Pro Loco a chiedere in affitto una sala polivalente o un centro sociale scassato, giurando che "no, non spaccheremo tutto".
Significava caricare in macchina casse passive pesanti come macigni, sbrogliare chilometri di cavi XLR pieni di polvere e pregare che l'amplificatore non saltasse a metà serata.
E la promozione? Niente "partecipa" su Facebook o Stories su Instagram.
L'auto-organizzazione era fisica.
Era il rito del flyeraggio.
Passavamo pomeriggi in copisteria a stampare migliaia di volantini in bianco e nero (tagliati male a mano con la taglierina), per poi fare centinaia di chilometri in macchina. Andavamo fuori dalle scuole, ai concerti degli altri, nelle piazze delle città vicine a mettere i flyer sotto i tergicristalli o in mano alla gente.
Se organizzavi una Jam in provincia, la soddisfazione era doppia. Non avevi solo suonato o ballato; avevi letteralmente costruito il luogo e il momento per farlo. Avevi creato dal nulla uno spazio di aggregazione dove prima c'era solo il vuoto o un bar di vecchietti. Quella sensazione di comunità, sporca di colla e sudore, è forse la cosa che l'era digitale ha reso più difficile da replicare.
Il Grande Appiattimento: L'Era dei Social
Poi è arrivato Internet. Prima i forum, poi Napster, MySpace, YouTube e infine l'ondata dei social network.
Le mura sono crollate. Improvvisamente, non serviva più prendere il treno per sentire l'ultimo pezzo uscito a New York. Non serviva più aspettare la rivista cartacea per vedere come si vestivano dall'altra parte dell'oceano.
È stata una rivoluzione democratica fantastica. Oggi, un talento cristallino può emergere dalla cameretta di un paesino sperduto e fare milioni di stream senza aver mai messo piede in una Jam a Milano. Le barriere all'ingresso sono state azzerate.
Ma cosa abbiamo perso in questo processo?
Abbiamo perso la biodiversità.
Oggi assistiamo a quello che definirei un "appiattimento stilistico". L'algoritmo globale premia ciò che è riconoscibile, ciò che funziona ovunque. Il risultato è che il suono, l'estetica, persino lo slang, si sono uniformati. Il "type beat" di Detroit viene rappato allo stesso modo in una periferia italiana o francese.
Non esiste più "il suono di Bologna" o "lo stile di Torino". Esiste il suono di Internet.
Dalla Fame alla Scelta
Non sono qui a fare il nostalgico che grida "si stava meglio quando si stava peggio". L'evoluzione è inevitabile e l'accesso alla cultura per tutti è una conquista enorme.
Tuttavia, da "vecchio" DJ di provincia, mi manca un po' quella fatica. Mi manca il valore che davi alle cose quando erano difficili da ottenere.
La sfida per i ragazzi di oggi non è più trovare l'Hip Hop, ma scegliere che tipo di Hip Hop essere in mezzo a un rumore di fondo assordante.
La provincia ti insegnava a guardarti dentro perché fuori non c'era nulla; la città ti insegnava a guardarti intorno per sopravvivere alla competizione.
Oggi, ovunque tu sia, la sfida è non farsi risucchiare dall'algoritmo e ricordare che questa cultura, prima delle views e dei like, è sempre stata una questione di raccontare la tua verità, dal tuo marciapiede, che sia di cemento o circondato dai campi.


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